Universitą


Lucio Avagliano

Lettera aperta al Ministro

In continuazione ai contributi già pubblicati, gli avvenimenti rapidamente succedutisi nelle ultime settimane impongono una prima riflessione che speriamo di estendere con il concorso di quanti hanno a cuore il destino dell’università. Appare evidente infatti che occorre dire di no ai tagli indiscriminati ed aprire con il governo una trattativa, che sarebbe il male minore. Occorre, nel frattempo, anche proporre un disegno di riforma per contribuire alla soluzione di quello che oramai l’opinione pubblica ritiene un problema non ulteriormente differibile. Si deve certamente partire da un’autocritica: l’Università è stata condizionata dal nepotismo, dalle carriere professionistiche, dalle clientele territoriali. C’è stato inoltre una colpevole moltiplicazione indiscriminata delle cattedre e la partecipazione a concorsi indecorosi, come osservato di recente da Paolo Macry (cfr. Lettera aperta ai miei colleghi in Corriere della Sera del 19 ottobre 2008). Quest’ultimo punto ci sembra particolarmente grave: ne è derivata una Università spesso pletorica, inefficiente e non competitiva, per colpa di tutti, ma in modo particolare di quanti hanno organizzato delle macchine concorsuali che hanno finito col privilegiare i poteri forti dell’Università a discapito della qualificazione della ricerca e del capitale umano, approfittando di una legge che sembrava fatta a posta per incentivare e rafforzare gli aspetti peggiori e antiscientifici di alcune organizzate corporazioni. Non c’è dubbio che occorre sfoltire, ma il problema è cosa e non quanto tagliare. E’ ben vero che ci sono corsi, giuste le osservazioni di Roberto Perotti (cfr. L’università truccata), di dieci iscritti dove lavorano 20 30 persone. E chi scrive ne ha fatto precoce esperienza, quando, da Preside, documentò questa imbarazzante situazione. Ora siamo in grave ritardo e la tempesta è scoppiata, ma non è vero che i professori siano tutti dei “somari raccomandati” come affermato nell’intervista a Francesco Alberoni (cfr. Liberal del 24 ottobre 2008). Come non è dubbio che occorre intraprendere la via suggerita da AQUIS e non battersi solo per il fatto che il fondo ordinario permetterà di realizzare solo il 20% del turn over. Occorre invece contro la ridondanza delle sedi ragionare in termini di sistemi regionali (il caso dell’Università di Salerno è indubbiamente positivo ma raro in Italia). I soldi c’entrano, non è vero che non c’entrano, come osserva Alberto Alesina (cfr Il sole 24 ore del 4 ottobre 2008) dando piena ragionare alle osservazioni di Perotti e portando ad esempio negativo le passate vicende del Dipartimento di Economia dell’Università di Bari. Perché è anche vero che la Francia del ministro Valerie Pécresse (cfr. C. Ossola, in Il sole 24 ore del 19 ottobre 2008) ha stanziato 10 miliardi di €uro per quindici anni, con un fondo derivato al per metà su fondi del EDF e per metà sul bilancio ordinario. Per concludere, forse non si possono salvare più di 10-12 Università, se vogliamo competere con le università all’avanguardia, che ora sono anche nei paesi emergenti come l’Iran, l’Arabia Saudita, Hong Kong che hanno stretto accordi con Berkeley, Stanford, Harvard (in Europa si distinguono la Pompeu Favre di Barcellona e la Carlos III di Madrid che si accingono a sfidare le università più blasonate). E’ possibile recuperare almeno una parte del tempo perduto? Forse si, se per questo, che è un argomento fondamentale per lo sviluppo e la formazione della classe dirigente, si troverà concordi quanti hanno a cuore il destino del paese, al di là degli schieramenti.

Salerno, 28 ottobre 2008

 

Un'analisi storica per una proposta costruttiva

 

Il decreto 180 è stato emesso "in attesa del riordino delle procedure di reclutamento". Concretamente esso prevede un finanziamento di 165 milioni per alloggi e 135 milioni per borse. E' qualcosa ma non certamente l'avvio, da molti sperato, per ridiscutere il sistema universitario e proporre una riforma incisiva.[1]

Quale? L'abolizione dei crediti e del 3+2 proposto dagli studenti? A mio avviso occorre andare più in profondità. L'università centralizzata aveva solo pensato a proteggere la libertà del singolo, di fatto proteggendo nuovo e vecchio corporativismo.

Il ceto accademico ancora nostalgico della corporazione medievale si opponeva in realtà ad ogni riforma [2] (nota Sergio Fabbrini) comportandosi come alleato naturale di certa burocrazia, legato com'era a un modello tra i più disegualitari, e legittimando in tal modo i riformisti legati al centro sinistra che si accingeva in effetti a barattare la qualità con la quantità, nel tentativo di dare una risposta a una società di massa che chiedeva in maniera a volte convulsa un cambiamento e introducendo una parvenza di democrazia nel delicato mondo della formazione e della ricerca dove davvero non si può votare a maggioranza .

Gli anni novanta segnarono in verità una certa discontinuità soprattutto con la concessione di una autonomia  scarsamente finanziata e che in sostanza confermava l'immobilismo del modello, destinato a tirare avanti nonostante le buone intenzioni dei riformatori, in sostanza fino ad oggi.

Il 3+2 avrebbe potuto mettere in discussione l'idea di una Università centralizzata ma fu digerito, come è stato osservato, nella grande pancia del conservatorismo accademico.[3]  Il biennio poteva essere invece il primo passo di una educazione post-graduate con l'aggiunta di dottorati di tipo europeo, non lasciati a se stessi.

Anche la concessione dei concorsi locali fu un occasione persa, che fini col favorire le organizzazioni locali come il precedente corporativismo e quelle clientelistiche.

In conclusione è vero che tutto ciò significa che non si può riformare l'università se non si abolisce il valore legale,  dando  di conseguenza libertà alle Università di reclutare i propri docenti, di fare i propri corsi di laurea, di legiferare su tasse e stipendi, prendendo atto con Clark Kerr che oggi non esiste una Università se non nel senso di multiversity. Ma il modello in questo caso, piuttosto che la Bocconi dovrebbero essere le grandi università statali americane: Berkeley, California, Wisconsin e numerose altre, sotto finanziate negli otto anni del governo di destra ma verso le quali il nuovo governo si accinge a porre maggiore attenzione. In Italia questo è il tempo da non lasciar passare invano in uno spirito bipartisan, come merita il problema scuola e università. Ricordiamo anche che interessanti esperimenti sono già in corso a Trento con la Graduate School di successo e a Ferrara con lo IUS, a Salerno limitatamente ad un'ottima struttura recettiva e di campus.

 La discussione è aperta.

Salerno, 11 dicembre 2008



[1] Cfr. P. Macry, Lettera aperta ai miei colleghi, in Corriere della sera 19 ottobre 2008

[2] Cfr. S. Fabbrini, Quale politica universitaria, in Italianiedeuropei 4/2007

[3] Cfr. idem