introduzione


Lucio Avagliano

Introduzione al numero zero della Rivista Sintesi

Negli anni '70 e '80 gli studiosi in scienze umane negli Stati Uniti hanno sviluppato due distinti metodi di studio, che hanno mutato profondamente e forse permanentemente i loro campi[1]. Uno è stato la specializzazione della "differenza" - che ha portato, ad esempio, a nuove aree segmentate di studi etnici, relativi alle minoranze o alle donne e l'altro definito dalla nota frase di Clifford Geertz "blurring of the genres", cioè rottura delle tradizionali linee del lavoro nella ricerca intellettuale, suggerendo intersezioni, giustapposizioni, fresche formulazioni attraverso le discipline.

La conoscenza è cambiata drammaticamente rendendo possibile nuovi usi e aperture al lavoro delle scienze umane nella società nel suo complesso.

In seguito a ciò, negli anni '90, è riemerso il bisogno di una genuina sintesi: il lavoro degli umanisti era diventato troppo frammentario ed ermetico, troppo separato, ciascun gruppo di studiosi operando in un proprio network, che per necessità di cose - non ultima la moltiplicazione del numero delle pubblicazioni - ha finito per avvitarsi sempre più su se stesso.

Lo scienziato sociale e l'umanista negli anni '90, ma anche lo scienziato tout court, sembra si siano trovati d'altra parte circondati da una selva di specializzazioni che, paradossalmente, ha avuto la conseguenza di scolorire le linee del lavoro disciplinare, le chiare demarcazioni della conoscenza. Parallelamente la comunità intellettuale è cambiata, è diventata meno rarefatta: l'umanista meno distanziato, meno confinato.

Egli ha assunto un ruolo crescente nel migliorare la qualità della vita e rafforzare il servizio pubblico, specie con lo sviluppo impetuoso nel settore dei cosiddetti beni culturali e delle comunicazioni, ma anche nelle discipline che articolano gli ideali, quali ad esempio quelli relativi a democrazia, economia, giustizia. E si è andati anzi molto oltre l'interdisciplinarietà: i filosofi si sono mescolati alla politica, o alle scienze mediche, attraverso la bioetica, l'economia, il ritorno dell'etica; la scienza, la tecnologia, la società sono diventate specialità professionali, come l'ambiente. Ciò probabilmente ha aumentato il loro potere dentro e fuori il campus universitario, almeno negli Stati Uniti. L'Europa ha progredito, anche in ciò, in misura più tradizionale e lenta.

Ma quando sono nate le fondamentali distinzioni e le discipline?

Nell' 800 liberale, risponde Wallerstein, con la trinità sacra della econo­mia, della politica, delle aree socio-culturali, che rispondeva all'asserzione aprioristica che mercato, Stato e società civile sono autonome aree di azione che seguono separate logiche e perciò sono oggetto di distinte discipline, almeno verbalmente[2].

"E tempo di rivedere e rinnovare il nostro vocabolario. In realtà è più plausibile vedere queste tre "arene" al più come angoli di visione su una singola complessa realtà (...). La trinità delle arene diventa una tassonomia datata, sostenuta da visioni ideologiche al collasso"[3]. E del resto, per ciò che concerne l'economia, già da tempo Douglas North aveva osservato che gli economisti avevano disinvoltamente dimentica­to, fra l'altro, i costi derivati dalla specializzazione, ciò che lo spingeva a trovare, nel suo lavoro i punti di sovrapposizione con quello degli scienziati sociali e delle organizzazioni politiche[4].

Disagi e rischi dell'eccesso di specializzazione erano del resto già avvertiti dal padre della Scienza Economica, Adam Smith, quando egli scrive del correttivo che lo Stato deve apportare, attraverso l'istruzione, a un mondo del lavoro, afflitto da un' esiziale quanto inevitabile divisio­ne. Quale compito per gli intellettuali delle successive generazioni, di riportare l'uomo alla sua unità di mente, di anima e di corpo, e quante e diverse vie inutilmente tentate. Il problema resta aperto, non risolto. Ma sarà bene non oscurarlo.

Poiché noi siamo solo fisiologi, o politici, o moralisti, così la nostra idea dell'uomo è più o meno irreale, scriveva John Newman avvertendo che tutte le scienze ciascuna separatamente sono più o meno un' astra­zione "wholly true as on hypothesis, but not wholly trustworthy in the concrete, conversant with relations more than with facts.. ."[5]. E Lucien Febvre, che non aveva certo dimenticato la lezione della Revue de Sinthèse di Raymond Berr, ammoniva, ricordando che la scienza non si fa nelle torri d'avorio: "Mescolatevi alla vita. Alla vita intellettuale senza dubbio, in tutta la sua varietà. Storici siate geografi. Siate anche giuristi. E sociologi. E psicologi. Non chiudete gli occhi dinanzi al grande movimento che trasforma davanti a voi a una velocità vertigino­sa le scienze dell'Universo fisico. Ma vivete anche una vita pratica. Non accontentatevi di osservare oziosamente dalla vita quel che avviene sul mare in tempesta"[6].

La rivista, aperta a concreti suggerimenti riflette in parte l'intensa attività seminariale svolta presso l'Ateneo e in particolare la nuova Facoltà di Scienze Politiche da me presieduta nel triennio 1992-95 e improntata ad un livello "europeo", pur con tutti i limiti e i pesanti condizionamenti relativi alla congiuntura. In essa si è dato rilievo particolare a Seminari sulla realtà universitaria europea, tra i quali quello del migliore specialista di storia dell'Università inglese, Robert Anderson; al problema delle riforme istituzionali, con interventi di Fabbrini, Segni, Manzella, Casavola, Cordini e altri, tra cui Guy La Chapelle, sul raffronto federalismo canadese e italiano.

Altri temi principali oltre alle problematiche ambientali, l'Università in Europa e in Italia, Sturzo e il federalismo. Ma io vorrei segnalare la parte forse più innovativa e originale è destinata ad assumere la più grande estensione. Grazie a una prima collaborazione con le Università di Pavia, Napoli e Venezia si presenta una prima scelta di orientamenti e tesi di dottorati o di laurea, destinata a togliere dall' oblio elaborazioni a volte preziose e di indubbia utilità di altrimenti assai difficile reperimento per i ricercatori.

Essa è anche una prima palestra e un'opportunità per i giovani nell'attesa che in una Università così invecchiata, negli uomini e nei modelli, il legislatore si ricordi finalmente di loro, recuperando energie indispensabili ai fini dello sviluppo complessivo del nostro Paese.

 



[1] Cfr. A. Arthurs, The Humanities in the 1900, in A Levine, Higher Learning in America

[2] Cfr. J. Wallerstein, History in Search of Science, in "Review" F Braudel Center, 1996, n. 1.

[3] ivi, p. 21

[4] D. North, Structure and Ch'ange in Economic History, Norton Company, New York- London 1981, pag. IX

[5] J. Newman, On the scope and Nature of University Education, London-New York 1915, pp. 34-45.

[6] L. Febbre, Studi su Riforma e Rinascimento, Torino 1966, p. 532.