Diritto
Giovanni Galisi
Questo lavoro tratta della costituzione economica italiana, analizzando i rapporti tra Stato ed economia, le politiche infrastrutturali, il mercato interno e le discipline della concorrenza.
Il diritto e l'economia sono strettamente interconnessi, influenzandosi reciprocamente "le caratteristiche del diritto, che sono condizionate da fattori intrinsecamente tecnico-giuridici e politici, reagiscano fortemente sulla configurazione dell'economia"[1].
La Costituzione economica si riferisce ai principi generali della Costituzione riguardanti l'economia. L'espressione «costituzione economica» ha tre interpretazioni principali[2]. La prima interpretazione riguarda le norme costituzionali sui rapporti economici, come gli articoli 41, 42, 43, 44, 45 e 47 della Costituzione italiana; la seconda l'insieme degli istituti giuridici che non appartengono necessariamente alla Costituzione scritta, influenzati dall'opinione pubblica; la terza include aspetti amministrativi e prassi applicativa, come circolari e norme di diritto vivente.
La Costituzione economica italiana si sviluppa nel contesto dello Stato sociale, influenzata da un retroterra culturale comune: contrapposizioni ideologiche nell'assemblea costituente, ma con un modello economico condiviso; l'economia mondiale concepita come competizione tra economie nazionali, con intervento statale per garantire sviluppo; riconoscimento della proprietà privata e dell'impresa capitalistica, con un ruolo attivo dello Stato.
La "Costituzione economica" e l'economia civile condividono alcuni punti di contatto, in particolare l'idea di un'economia che non sia esclusivamente orientata al profitto, ma che tenga conto di valori sociali e del benessere collettivo.
Se letta in chiave economica, la Costituzione si distingue per il suo carattere programmatico e promozionale: essa non si limita a garantire libertà negative, ma orienta le istituzioni verso obiettivi di solidarietà e di giustizia sociale. In questo senso, appare particolarmente feconda una interpretazione alla luce dell'economia civile, tradizione di pensiero che affonda le sue radici nell'Italia del Settecento con Antonio Genovesi e che è stata ripresa, in epoca recente, da studiosi quali Stefano Zamagni e Luigino Bruni[3].
L'economia civile, diversamente dall'economia politica classica e neoclassica, non riduce l'agire umano alla massimizzazione dell'utile individuale, ma riconosce la dimensione relazionale della persona e la centralità del bene comune. Essa offre, pertanto, una lente interpretativa preziosa per cogliere la portata economica e sociale della Costituzione, la quale si configura come un vero e proprio patto repubblicano per lo sviluppo umano integrale.
Il figura evidenzia come la Costituzione italiana contenga già i principi fondamentali di un'economia orientata al bene comune, nella quale mercato, istituzioni e società civile collaborano per promuovere sviluppo economico, giustizia sociale e partecipazione democratica. Questo impianto costituzionale riflette una visione dell'economia in cui libertà economica e responsabilità sociale devono coesistere in equilibrio. La seconda parte della Costituzione italiana contiene una sezione dedicata ai rapporti economici, che occupa gli articoli dal 35 al 47. Tali disposizioni disegnano l'ordinamento costituzionale dell'economia e mostrano con chiarezza che la nostra Carta non è neutrale rispetto ai modelli economici, ma intende orientare lo sviluppo economico secondo principi di giustizia sociale, solidarietà e tutela della persona.
L'articolo 35 afferma che la Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Con ciò si riconosce il lavoro come fondamento non solo della Repubblica (art. 1), ma anche della dignità individuale e della coesione sociale. Il successivo articolo 36 stabilisce il diritto del lavoratore a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto, e in ogni caso sufficiente ad assicurare un'esistenza libera e dignitosa. Questa norma rappresenta un punto di equilibrio tra libertà economica e giustizia sociale: la Costituzione non si limita a garantire la libertà di iniziativa economica, ma introduce un criterio sostanziale di giustizia nel rapporto di lavoro.
Gli articoli seguenti disciplinano i limiti all'orario di lavoro, il diritto al riposo settimanale e alle ferie annuali retribuite, considerati irrinunciabili. L'articolo 37 assicura la parità di retribuzione tra uomo e donna a parità di lavoro e tutela la maternità; l'articolo 38 garantisce mezzi adeguati ai lavoratori inabili o disoccupati, fondando così il sistema della previdenza e dell'assistenza sociale.
Particolare rilievo assume l'articolo 41, secondo cui "l'iniziativa economica privata è libera", ma non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. Qui si coglie il carattere originale della Costituzione italiana: l'economia di mercato è accettata, ma entro un quadro regolativo che subordina la libertà d'impresa a finalità superiori, ponendo al centro la persona e la società.
L'articolo 42 riconosce e garantisce la proprietà privata, ma al tempo stesso sottolinea che essa deve avere una funzione sociale. L'articolo 43 prevede la possibilità che, per motivi di utilità generale, determinate imprese o categorie di imprese possano essere riservate allo Stato, a enti pubblici o a comunità di lavoratori e utenti. L'articolo 44 introduce vincoli e limiti alla proprietà terriera privata, al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali.
Infine, gli articoli 45-47 riguardano la cooperazione, la tutela del risparmio e la disciplina del credito. La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata (art. 45), tutela il risparmio in tutte le sue forme e controlla l'esercizio del credito (art. 47), incoraggiando l'accesso al risparmio popolare e la proprietà dell'abitazione e favorendo l'investimento azionario dei lavoratori.
In sintesi, la Costituzione italiana configura un'economia di mercato "a fini sociali", in cui libertà e solidarietà si intrecciano. Si tratta di un modello vicino alla tradizione dell'economia civile italiana, che interpreta l'attività economica non come mero perseguimento del profitto individuale, ma come strumento di cooperazione, inclusione e promozione del bene comune.
§ 2.2 Il principio del pareggio di bilancio
Il pareggio di bilancio è un principio introdotto nella Costituzione italiana con la "legge costituzionale n. 1/2012, che ha modificato l'articolo 81"[4]. Esso richiede che lo Stato garantisca un equilibrio tra entrate e spese, assicurando finanze pubbliche sane e sostenibili. Il principio consente deroghe solo in caso di eventi eccezionali o effetti del ciclo economico, previa autorizzazione delle Camere con una risoluzione adottata a maggioranza assoluta "il ricorso al debito può essere concesso previa autorizzazione di ciascuna Camera, adottata con una risoluzione, a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti"[5].
L'equilibrio di bilancio non corrisponde a un pareggio contabile rigido, ma si basa sul raggiungimento dell'Obiettivo di Medio Termine (OMT), definito secondo i criteri dell'Unione Europea. Ogni legge che comporti nuove o maggiori spese deve prevedere i mezzi per farvi fronte.
Questa riforma costituzionale è stata adottata per conformarsi agli impegni europei, in particolare al Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell'Unione economica e monetaria (TSCG), noto anche come "Fiscal Compact", e al Patto di stabilità e crescita. Essa ha comportato una significativa limitazione della sovranità finanziaria dello Stato, ponendo vincoli stringenti alla possibilità di generare disavanzi eccessivi "queste limitazioni erano già iniziate nel 1992, con il divieto di disavanzi pubblici eccessivi, ma con la nuova governance europea sono divenute fattori di tale rilevanza da aver scardinato, come si è visto, l'intera procedura seguita per l'assunzione della decisione finanziaria, influendo anche sulle scelte di politica economica da accogliere nel bilancio"[6].
Il rispetto del principio di pareggio di bilancio è monitorato a livello europeo attraverso procedure di sorveglianza e meccanismi di prevenzione e correzione, come il "Stability and Growth Pact".
Tuttavia, dottrina e giurisprudenza hanno sottolineato come tale principio non possa comprimere in modo assoluto i diritti fondamentali. La Corte costituzionale, con la sentenza n. 275/2016, ha affermato che il rispetto degli obblighi di bilancio non può giustificare la violazione dei diritti incomprimibili della persona, riaffermando la gerarchia dei valori costituzionali.
La tensione tra vincoli finanziari e tutela dei diritti sociali apre così una questione centrale per l'economia civile: come coniugare la responsabilità intergenerazionale, insita nell'equilibrio dei conti pubblici, con l'esigenza di garantire inclusione, solidarietà e giustizia sociale nel presente.
La disciplina costituzionale dei rapporti economici non si limita a sancire la libertà d'impresa e la tutela della proprietà privata, ma orienta l'intero sistema verso finalità sociali e di bene comune. In ciò, la Costituzione italiana si rivela profondamente affine alla tradizione dell'economia civile, che concepisce l'economia come luogo di cooperazione, inclusione e felicità pubblica.
L'inserimento del principio del pareggio di bilancio impone oggi una riflessione ulteriore: se da un lato esso risponde a esigenze di sostenibilità finanziaria e di giustizia intergenerazionale, dall'altro non può prevalere sui diritti fondamentali e sui principi personalistici e solidaristici che costituiscono l'essenza della Carta del 1948.
Quindi il pareggio di bilancio, interpretato in chiave di economia civile, va oltre la semplice sostenibilità finanziaria e si concentra sul benessere collettivo, la solidarietà e la giustizia sociale "aspetto rilevante della politica economica normativa è che essa non si basa esclusivamente su criteri di efficienza economica, ma incorpora anche considerazioni etiche e valoriali"[7].
I Principi del pareggio di bilancio servono anche a garantire che le generazioni future non siano gravate da un debito eccessivo, ma abbiano accesso a investimenti strategici in settori fondamentali come istruzione, sanità, ricerca e infrastrutture "l'idea è che una gestione irresponsabile del debito pubblico non debba scaricare il peso delle scelte presenti sulle generazioni future, compromettendo la loro capacità di mantenere un sistema fiscale sostenibile"[8]. Perseguire il pareggio di bilancio senza compromettere la coesione sociale o la tutela ambientale, promuovendo politiche che riducano le disuguaglianze e favoriscano il benessere delle comunità "la sfida per i decisori politici è quindi quella di trovare un equilibrio tra efficienza economica, sostenibilità e benessere sociale, adottando strategie che minimizzino le perdite e massimizzino il beneficio complessivo per la collettività"[9].
Utilizzare il bilancio pubblico come strumento per ridurre le disuguaglianze e favorire la partecipazione attiva dei cittadini alla vita economica e sociale.
"La spesa per investimenti pubblici rappresenta una componente fondamentale delle finanze pubbliche ed è necessaria per la realizzazione e la manutenzione delle infrastrutture pubbliche. Questo tipo di spesa riguarda tutte le risorse impiegate dallo Stato e dagli enti pubblici per finanziare opere di interesse collettivo, con l'obiettivo di migliorare il benessere della società, sostenere la crescita economica e garantire la modernizzazione del Paese"[10]. Adottare un approccio flessibile che consenta di rispondere alle emergenze economiche e sociali, anche con politiche espansive temporanee "le operazioni di mercato aperto sono particolarmente efficaci perché permettono alla banca centrale di modificare la quantità di moneta in modo mirato, senza dover intervenire direttamente sui tassi di interesse ufficiali o sulle riserve obbligatorie delle banche. Inoltre, esse consentono di mantenere una maggiore flessibilità, adattando rapidamente la politica monetaria alle condizioni economiche in evoluzione".
Alcuni strumenti per un pareggio di bilancio civile sono quelli di promuovere investimenti pubblici in settori che generano valore sociale ed economico, come la transizione ecologica, l'innovazione tecnologica e la formazione del capitale umano "attraverso investimenti mirati in formazione, innovazione e infrastrutture, è possibile migliorare la competitività del sistema economico e garantire una crescita sostenibile e inclusiva nel lungo periodo"[11]; implementare un sistema fiscale che riduca le disuguaglianze e promuova la giustizia sociale, proteggendo le fasce più vulnerabili "in un sistema progressivo, il prelievo fiscale aumenta in modo proporzionale rispetto al reddito del contribuente, garantendo una maggiore equità distributiva"[12]; misurare l'efficacia delle politiche di bilancio non solo in termini economici, ma anche in termini di impatto sociale e ambientale "la decisione su quali investimenti realizzare non può basarsi unicamente su criteri economici, ma deve tenere conto anche delle implicazioni sociali, ambientali e politiche"[13].
Il pareggio di bilancio, in chiave di economia civile, non è solo un obiettivo contabile, ma un mezzo per costruire una società più giusta, inclusiva e sostenibile. Deve essere perseguito con responsabilità e flessibilità, integrando valori di solidarietà, equità e giustizia sociale, e garantendo un futuro migliore per le generazioni presenti e future "In questo modo, si cerca di favorire uno sviluppo economico sostenibile, che tenga conto delle esigenze sia delle generazioni attuali che di quelle future"[14].
Il pareggio di bilancio si ha quando le entrate dello Stato (T) sono uguali alle spese dello Stato (G):
T = G
Se (T > G), lo Stato ha un avanzo; se (T < G), ha un deficit.
Le entrate dipendono dal reddito nazionale (Y) e dalle imposte. Per semplicità, consideriamo le imposte proporzionali:
T =t·Y
dove (t) è l'aliquota fiscale media di prelievbo sul reddito nazionale.
Le spese possono essere considerate autonome o parzialmente dipendenti dal reddito:
G = Ḡ (se autonome)
Per il pareggio:
T = G ⇒ t·Y = Ḡ
Da cui si ricava il reddito di pareggio:
Y* = Ḡ/t
Y* è il reddito nazionale per cui le entrate fiscali coprono esattamente le spese pubbliche.
Nel grafico:
Asse orizzontale (X): reddito nazionale (Y)
Asse verticale (Y): entrate/spese (T, G)
Tracciamo la linea delle spese (G = Ḡ), orizzontale.
Tracciamo la linea delle entrate (T = t·Y), inclinata verso l'alto.
Il punto in cui le due linee si intersecano rappresenta il pareggio di bilancio.
(linea blu = spese (G), linea rossa = entrate (T))
Se lo Stato vuole aggiustare il bilancio:
Può aumentare l'aliquota (t)
Può ridurre le spese Ḡ
Il pareggio non tiene conto degli interessi sul debito; in presenza di debito pubblico, la spesa effettiva è G + iD), e il pareggio richiede:
t·Y = G + iD
dove i è il tasso d'interesse e D il debito.
§ 2.3 I principi fondamentali e la visione dell'economia civile
La "costituzione economica" è una parte della Costituzione che regola i principi fondamentali dell'economia di uno Stato. Nel caso della Costituzione italiana, essa presenta una chiara propensione riformatrice, orientata alla promozione di equi rapporti sociali "nella cosiddetta «costituzione economica», la pur evidente propensione riformatrice convive con la protezione delle private posizioni proprietarie acquisite e della libertà d'impresa, dovendo conseguentemente fare difficili conti con gli equilibri e gli squilibri del mercato"[15].
La "costituzione economica" italiana è caratterizzata da una tensione tra la tutela delle libertà economiche e la necessità di intervento statale per garantire giustizia sociale e uguaglianza. Questo equilibrio è influenzato anche dai principi del diritto comunitario sulla libera concorrenza, che limitano le possibilità di intervento dello Stato nell'economia.
Il nucleo assiologico della Costituzione si concentra nei primi dodici articoli, che costituiscono i cosiddetti "principi fondamentali".
L'articolo 1 proclama che «l'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Non è il capitale, né la proprietà, né la mera libertà d'impresa, ma il lavoro a costituire la pietra angolare della Repubblica. Esso va inteso non soltanto come strumento di produzione, bensì come mezzo di partecipazione alla vita della comunità e di realizzazione della dignità personale. Il concetto di lavoro come mezzo di partecipazione alla vita della comunità e di realizzazione della dignità personale si avvicina molto ai principi dell'economia civile e trova un fondamento anche nella Costituzione italiana. L'articolo 1 della Costituzione afferma che l'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, sottolineando il ruolo centrale del lavoro non solo come strumento di produzione economica, ma anche come elemento fondamentale per la dignità e la realizzazione dell'individuo.
Nell'economia civile, il lavoro non è visto esclusivamente come un mezzo per generare profitto, ma come un'attività che consente agli individui di contribuire al bene comune, di costruire relazioni sociali e di esprimere il proprio valore e talento. Questo approccio si oppone alla visione del lavoro come mera forza produttiva, promuovendo invece un modello in cui il lavoro è un'esperienza che arricchisce la persona e la comunità.
La Costituzione economica italiana, soprattutto nella sua fase storica dello Stato sociale, ha cercato di garantire la tutela dei lavoratori e di promuovere politiche che favorissero l'occupazione e il benessere sociale. Tuttavia, come evidenziato nel documento, il dibattito dottrinale sull'articolo 41 della Costituzione non ha sempre valorizzato il lavoro come strumento di dignità personale e partecipazione sociale, ma spesso lo ha ridotto a una dimensione economica e produttiva.
In chiave di economia civile, il lavoro assume una valenza più ampia, diventando un diritto fondamentale che permette agli individui di partecipare attivamente alla vita della comunità e di realizzare se stessi. Questo approccio si collega anche al principio di "utilità sociale" menzionato nell'articolo 41 della Costituzione, che potrebbe essere interpretato come un richiamo alla necessità di un'economia che promuova il benessere collettivo e la dignità umana.
L'articolo 2 riconosce i diritti inviolabili dell'uomo, tanto come singolo quanto nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. La solidarietà, dunque, non è un optional etico, ma un principio giuridico vincolante[16].
L'articolo 3, poi, sancisce l'uguaglianza formale e sostanziale, impegnando la Repubblica a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l'eguaglianza dei cittadini. In tal modo, la Costituzione si propone come testo "promozionale" e "trasformativo", volto a costruire condizioni materiali di eguaglianza[17].
L'articolo 9, infine, tutela la cultura, la ricerca scientifica e tecnica, nonché il paesaggio e il patrimonio storico-artistico della Nazione. Dopo la riforma costituzionale del 2022, tale articolo comprende anche la tutela dell'ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, «anche nell'interesse delle future generazioni». Questo sviluppo dimostra la capacità della Costituzione di adattarsi ai nuovi bisogni e rafforza la prospettiva dell'economia civile, da sempre attenta ai beni comuni e alla sostenibilità.
Questi principi, se riletti in chiave di economia civile, delineano una visione antropocentrica e comunitaria dell'economia: la persona è al centro, non come individuo isolato, ma come soggetto in relazione, inserito in un tessuto sociale e responsabile del bene collettivo.
§ 2.4 L'ordinamento economico nella Costituzione
La Costituzione italiana non è neutrale in materia economica: essa delinea un vero e proprio ordinamento economico costituzionale.
L'ordinamento economico si riferisce all'insieme di principi, norme e istituti che regolano il funzionamento del sistema economico di uno Stato. Nella Costituzione italiana, l'ordinamento economico è strettamente legato ai principi fondamentali sanciti dalla Costituzione formale, in particolare all'articolo 41, che riconosce la libertà di iniziativa economica privata, ma ne subordina l'esercizio all'utilità sociale e alla tutela della dignità umana.
L'ordinamento economico italiano, nella sua evoluzione storica, ha attraversato diverse fasi:
1. Fase dello Stato sociale: In questa fase, l'ordinamento economico italiano era influenzato dal modello di "protezionismo liberale", in cui lo Stato svolgeva un ruolo centrale nella regolazione e nella guida dell'economia nazionale. L'intervento pubblico era considerato fondamentale per garantire lo sviluppo economico e la protezione delle imprese nazionali.
2. Fase dell'affermazione dell'ideologia liberistica: A partire dagli anni '90, l'ordinamento economico italiano ha subito una trasformazione significativa, influenzata dall'egemonia mondiale del liberismo economico e dall'integrazione nell'ordinamento europeo. In questa fase, si è assistito a una maggiore apertura dei mercati e a politiche di liberalizzazione, con un focus sulla concorrenza tra imprese e sulla costruzione di un mercato unico europeo.
3. Costituzione economica europea: Con i Trattati di Maastricht e Amsterdam, l'ordinamento economico europeo ha iniziato a delinearsi come un sistema che promuove l'economia di mercato, la concorrenza e la tutela di principi come l'ambiente e i diritti dei consumatori. Tuttavia, il ruolo dello Stato è rimasto rilevante, con interventi correttivi per garantire il benessere sociale.
L'ordinamento economico, quindi, non si limita alla regolazione delle attività economiche, ma riflette anche una visione ideale del sistema economico e sociale, che bilancia la libertà d'impresa con la tutela dell'interesse collettivo e della dignità umana.
Ciò segna il superamento del paradigma liberista, che concepiva l'economia come sfera autoregolata[18].
Insieme, queste disposizioni configurano un'economia orientata al bene comune, nella quale la libertà economica è inscindibile dalla solidarietà e dalla dignità umana. In questo senso, vi è un'evidente consonanza con la visione dell'economia civile, che considera il mercato e l'impresa come istituzioni sociali, non meri luoghi di scambio.
§ 2.5 Il principio di solidarietà economica e sociale
La solidarietà rappresenta il filo rosso che attraversa l'intera Costituzione. Essa emerge tanto nei principi fondamentali quanto nella disciplina dei diritti sociali (artt. 32, 34, 38).
Il principio di solidarietà economica e sociale è un pilastro fondamentale della Costituzione italiana, sancito dall'articolo 2, che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Nel contesto dell'ordinamento economico, il principio di solidarietà si traduce nella necessità di bilanciare la libertà di iniziativa economica privata (art. 41 Cost.) con l'obbligo di perseguire l'utilità sociale e di evitare atti che possano danneggiare la sicurezza, la libertà e la dignità umana. Questo principio impone che l'attività economica non sia orientata esclusivamente al profitto individuale, ma che contribuisca al benessere collettivo e alla riduzione delle disuguaglianze sociali.
Nella fase dello Stato sociale, il principio di solidarietà ha trovato espressione in politiche economiche che miravano a garantire la protezione sociale, il diritto al lavoro e il sostegno alle fasce più deboli della popolazione. Lo Stato interveniva attivamente per regolare l'economia e promuovere uno sviluppo equilibrato e inclusivo.
Con l'affermazione dell'ideologia liberistica e l'integrazione europea, il principio di solidarietà ha assunto una dimensione più complessa. Sebbene il diritto europeo abbia introdotto il principio di concorrenza e di mercato unico, ha anche mantenuto spazi per politiche sociali e correttive, riconoscendo l'importanza di tutelare i diritti sociali e ambientali.
In sintesi, il principio di solidarietà economica e sociale rappresenta un equilibrio tra libertà economica e responsabilità sociale, richiedendo che l'attività economica sia orientata non solo al profitto, ma anche al benessere della collettività e alla promozione di una società più equa e giusta.
Il modello di welfare, o Stato sociale, è un sistema economico e sociale che mira a garantire il benessere collettivo attraverso l'intervento dello Stato in ambiti fondamentali come la sanità, l'istruzione, la previdenza sociale e il sostegno economico alle fasce più vulnerabili della popolazione.
Il modello di welfare italiano viene descritto come un sistema capitalistico con una forte presenza dello Stato, che interviene per sostenere lo sviluppo economico e garantire la protezione sociale. Questo modello si è storicamente sviluppato come risposta alla sfida del comunismo, cercando di combinare la libertà economica con la tutela dei diritti sociali.
Caratteristiche principali del modello di welfare italiano:
1. Intervento statale: Lo Stato assume un ruolo attivo nella regolazione dell'economia e nella protezione sociale, garantendo servizi essenziali e sostenendo le famiglie e i lavoratori.
2. Economia mista: Il sistema si basa su una combinazione di iniziativa privata e intervento pubblico, con l'obiettivo di promuovere uno sviluppo equilibrato e inclusivo.
3. Finalità sociale: L'attività economica deve essere orientata all'utilità sociale, come previsto dall'articolo 41 della Costituzione, e deve contribuire al benessere collettivo.
Il modello di welfare italiano ha avuto un successo storico, ma ha anche affrontato critiche e limiti, tra cui la difficoltà di sostenere finanziariamente il sistema e la mancanza di una forte ideologia positiva di supporto. Negli anni '90, con l'affermazione del liberismo economico, il modello di welfare ha subito trasformazioni, con una riduzione del ruolo dello Stato e una maggiore enfasi sulla concorrenza e sul mercato.
In sintesi, il modello di welfare italiano rappresenta un compromesso tra economia di mercato e intervento statale, con l'obiettivo di garantire diritti sociali e ridurre le disuguaglianze, ma è stato influenzato nel tempo da cambiamenti ideologici e politici.
L'economia civile interpreta il welfare non come costo, bensì come investimento in capitale umano e sociale, in grado di generare coesione e sviluppo[19].
§ 2.6 Diritti sociali, vincoli economici e giustizia intergenerazionale
Il nodo cruciale posto dall'articolo 81 riguarda il rapporto tra equilibrio finanziario e diritti sociali.
Sanità, istruzione, previdenza e assistenza costituiscono diritti costituzionalmente garantiti, ma richiedono risorse pubbliche significative. Una interpretazione rigida del pareggio di bilancio rischierebbe di svuotare di contenuto tali diritti, riducendoli a mere enunciazioni programmatiche.
La giurisprudenza costituzionale ha sottolineato che il principio dell'equilibrio di bilancio non può giustificare compressioni irragionevoli dei diritti fondamentali. È quindi necessario armonizzare l'articolo 81 con i principi personalistici e solidaristici che permeano la Costituzione.
I diritti sociali sono strettamente legati al principio di solidarietà economica e sociale sancito dalla Costituzione italiana. Essi includono il diritto al lavoro, alla salute, all'istruzione e alla previdenza sociale, e rappresentano strumenti fondamentali per garantire l'uguaglianza sostanziale tra i cittadini (art. 3 Cost.). Nel modello di Stato sociale italiano, lo Stato ha il compito di tutelare questi diritti attraverso politiche pubbliche e interventi mirati, promuovendo il benessere collettivo e la protezione delle fasce più deboli.
I vincoli economici sono un elemento centrale nella realizzazione dei diritti sociali. La Costituzione italiana, in particolare l'articolo 41, stabilisce che l'iniziativa economica privata deve essere compatibile con l'utilità sociale e non deve recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. Tuttavia, il documento evidenzia che l'evoluzione storica ha portato a una tensione tra la libertà economica e i vincoli imposti per garantire i diritti sociali. Con l'affermazione del liberismo economico e l'integrazione europea, i vincoli economici sono stati spesso subordinati alla logica del mercato e della concorrenza, riducendo il margine di intervento dello Stato per la tutela sociale.
La giustizia intergenerazionale è un tema implicito nel modello di welfare e nella Costituzione economica. Essa si riferisce alla necessità di garantire che le risorse e le opportunità siano distribuite equamente tra le generazioni, evitando che le scelte economiche e sociali di oggi compromettano il benessere delle generazioni future. Il documento sottolinea che il principio di solidarietà e l'attenzione all'utilità sociale devono essere considerati anche in una prospettiva di lungo termine, per assicurare uno sviluppo sostenibile e una società equa per le generazioni a venire.
In sintesi, si evidenzia come i diritti sociali, i vincoli economici e la giustizia intergenerazionale siano interconnessi e rappresentino sfide fondamentali per la costruzione di un sistema economico e sociale equilibrato, in grado di conciliare libertà economica, solidarietà e sostenibilità.
§ 2.7 L'economia civile come chiave per rileggere la Costituzione oggi
Alla luce delle sfide contemporanee - globalizzazione, disuguaglianze crescenti, crisi ecologica - la Costituzione italiana si rivela ancora attuale, ma necessita di interpretazioni dinamiche.
L'economia civile offre una chiave per valorizzare la dimensione proattiva della Carta. Essa consente di interpretare il lavoro (art. 1) come diritto e dovere di partecipazione, l'iniziativa economica (art. 41) come libertà responsabile, la proprietà (art. 42) come bene orientato alla funzione sociale, la solidarietà (art. 2 e 3) come criterio ordinatore dell'economia, il pareggio di bilancio (art. 81) come responsabilità intergenerazionale.
La Costituzione italiana, riletta attraverso la lente dell'economia civile, si configura come un testo che unisce diritti e doveri, libertà e solidarietà, responsabilità individuali e collettive.
L'economia civile si fonda su valori come la solidarietà, la cooperazione e il bene comune, ponendo al centro la persona e le relazioni sociali. Questi principi trovano un forte riscontro nella Costituzione italiana, in particolare negli articoli che promuovono la dignità umana, l'uguaglianza sostanziale (art. 3), la tutela del lavoro (art. 4) e l'utilità sociale dell'iniziativa economica (art. 41).
Rileggere la Costituzione attraverso la lente dell'economia civile potrebbe significare:
1. Riaffermare il ruolo sociale dell'economia: L'articolo 41 della Costituzione stabilisce che l'iniziativa economica privata deve essere orientata all'utilità sociale e non deve recare danno alla dignità umana. L'economia civile potrebbe rafforzare questa visione, promuovendo un modello economico che non si limiti al profitto, ma che miri a generare valore per la comunità.
2. Promuovere la giustizia sociale e intergenerazionale: L'economia civile, con il suo focus sulla sostenibilità e sulla responsabilità sociale, può contribuire a garantire una distribuzione equa delle risorse e delle opportunità tra le generazioni, in linea con i principi di solidarietà e giustizia sociale della Costituzione.
3. Valorizzare il ruolo delle imprese: L'economia civile riconosce l'impresa come una comunità di persone, non solo come un centro di profitto. Questo approccio è coerente con la visione della Costituzione, che tutela l'iniziativa economica privata, ma ne subordina l'esercizio al rispetto di valori sociali e ambientali.
4. Riconoscere il valore delle relazioni: L'economia civile pone l'accento sulle relazioni umane e sulla cooperazione, valori che possono essere integrati nella lettura della Costituzione per promuovere una società più inclusiva e partecipativa.
In conclusione, l'economia civile offre una prospettiva che può arricchire la rilettura della Costituzione italiana, enfatizzando il ruolo dell'economia come strumento per il benessere collettivo e la costruzione di una società più giusta e solidale. Tuttavia, questa interpretazione è basata su conoscenze esterne, poiché il documento non tratta esplicitamente l'economia civile.
[1] Max Weber, Economia e società, Edizioni di Comunità, Torino 2000, pag. 20
[2] S. Cassese, La nuova costituzione economica, Editore Laterza, Roma-Bari 2021, pag.
[3] L. Bruni - S. Zamagni, Economia civile. Efficienza, equità, felicità pubblica, Bologna, Il Mulino, 2004.
[4] S. Cassese, La nuova costituzione economica, op. cit., pag 395
[5] Ivi, pag. 396
[6] Ivi, pag. 407
[7] M. Arnone -A. Leogrande, Manuale di Economia Politica, Esculapio 2025, pag. 460
[8] Ivi, pag. 542
[9] Ivi, pag. 289
[10] Ivi, pag. 526
[11] Ivi, pag. 552
[12] Ivi, pag. 454
[13] Ivi, pag. 499
[14] Ivi, pag. 495
[15] G. Zagrebelsky, Tempi difficili per la costituzione, Laterza, Bari-Roma 2023, pag. 83.
[16] G. Amato, Le libertà nella Costituzione, Bologna, Il Mulino, 1979.
[17] C. Mortati, Istituzioni di diritto pubblico, Padova, Cedam, 1975.
[18] P. Barile, La libertà economica nella Costituzione italiana, Firenze, Sansoni, 1954.
[19] S. Rodotà, Solidarietà. Un'utopia necessaria, Roma-Bari, Laterza, 2014.