Attualitā


Vincenzo Pepe

Sviluppo sostenibile e resilienza . Il nostro futuro

Sviluppo sostenibile e resilienza[1]. Il nostro futuro.

di Vincenzo Pepe[2]

 

1- Antropocene e resilienza. I nuovi equilibri della sostenibilità; 2- Sostenibilità dello sviluppo. Mito, realtà o necessità?; 3-    La responsabilità della sostenibilità; 4-Si parte da Rio de Janeiro e si arriva in Canada; 5- E si ritorna a Rio; 6-Applicare la sostenibilità. Prossimità e governance locale; 7-Conclusioni

 

 

1.Antropocene e resilienza. I nuovi equilibri della sostenibilità

Quando osserviamo un paesaggio, un ambiente nel quale flora, fauna e presenza umana convivono e concorrono alla composizione di quel quadro ricco di sfumature, di dinamiche tra loro dipendenti, la parola che prima di altre ci viene in mente è armonia. Il motore per raggiungere quell'armonia è la ricerca dell'equilibrio di cui ogni luogo naturale o spazio umano ha bisogno. Uno scenario di questo tipo, ossia l'unione di ambiti naturali con ambiti umani possiamo definirlo natura culturale. La nuova idea di ambientalismo può usufruire di questa visione della natura che partendo dal nostro punto di vista non può che essere "culturale". Siamo però anche portati, giustamente, a pensare che la natura sia qualcosa di primigenio, di antecedente rispetto alla presenza umana, e che i "fatti naturali" siano lì presenti da un tempo nel quale nessun occhio umano abbia potuto registrarne un pur minimo cambiamento. Il significato della parola natura, ci informa la sua etimologia latina, viene da naturus che è participio futuro del verbo nascor ed indica la vita nel momento in cui sta per manifestarsi e si manifesta, ma anche la vita che sarà. L'origine etimologica ci dice che nella natura tutto è orientato all'evoluzione, al cambiamento, all'adattamento. In fondo la natura è continuo ciclo vivente. I suoi tempi a volte sono lunghissimi e per questo ci sfuggono, altre volte sono estremamente rapidi, permettendo così la nostra osservazione, ma in entrambi i casi si tratta di un eterno movimento e di una continua trasformazione. Ciò che è sorprendente è che in questo eterno ciclo naturale, noi esseri umani ci siamo insediati e ci evolviamo da migliaia di anni, assieme alla natura. Alla sua stregua non rimaniamo fermi, ma agiamo sul nostro ambiente perché non potremmo fare altrimenti. E lo facciamo scegliendo di adattarci, di giocare la carta della resilienza e della possibilità di migliore la qualità dei luoghi che abitiamo. Ossia scegliamo di adattarci e di adattare, allo stesso tempo, gli ambienti alle nostre legittime esigenze. Ma proprio perché natura e umanità non possono che cambiare, trasformarsi, evolvere, quell'equilibrio armonico sarà sempre in discussione, in bilico. Sarà sempre da comprendere e sempre da inseguire.

La ricerca di uno sviluppo sostenibile non può che partire da questa considerazione. Dal fatto che esso si compone attraverso un meccanismo di equilibri difficili da realizzare ma necessari, i quali implicano sia la nostra capacità di svilupparci sia il corso naturale degli ecosistemi; una dinamica alla cui origine vi è il principio secondo il quale nulla è fermo, ma tutto si trasforma.

Sul concetto di sviluppo le civiltà umane da sempre hanno basato il proprio corso storico: sono nate, prosperate e si sono succedute. Così come un singolo individuo cerca di svilupparsi mediante processi che accrescano la sua personalità, la sua autoconsapevolezza, così le società umane perseguono lo sviluppo per liberarsi dal bisogno, dalle paure, dallo sfruttamento, dalla dipendenza o dall'oppressione economica. E' solo con lo sviluppo che l'autonomia della persona e l'indipendenza delle società acquistano il loro più autentico significato. Chi nega la validità dello sviluppo, nega la libera responsabilità degli esseri umani di migliorarsi. Nega la nostra componente culturale. Nega, in fin dei conti, anche l'autenticità del valore sociale della politica. Se questa ha ancora un senso nel Terzo millennio esso va ricercato nel disciplinare la volontà umana di migliorarsi, nel capire cosa voglia dire farlo in un mondo abitato da più di sette miliardi di individui, ciascuno legittimamente desideroso di vivere perseguendo il proprio benessere. Il nodo cruciale dei tempi che viviamo è dunque quello di ri-pensare, ri-aggiornare, ri-qualificare l'idea che gli esseri umani ambiscono al vivere bene e non al vivere e basta. Ciò ci rende unici nel panorama delle forme viventi del pianeta che abitiamo anche in ragione che possiamo e dobbiamo capire come non esista uno sviluppo valido in eterno e uguale per tutte le società. Tale consapevolezza è indispensabile per denunciare quei paradigmi dello sviluppo che possono portare a distruggere gli ambienti naturali, senza per questo additare tutte le forme di sviluppo e progresso come dannose in sé.

Questo è il dovere, l'imperativo categorico dell'era che viviamo, che è possibile definire l'Antropocene, ovvero l'era nella quale la presenza della specie umana sta modificando geologicamente e biologicamente il pianeta, producendo tracce tangibili di tale trasformazione. Ma Antropocene significa anche il dominio umano della tecnica su molti eventi naturali, l'innovazione tecnologica sui flussi degli ecosistemi, la ricerca costante di paradigmi sostenibili dello sviluppo: una serie di fatti che testimoniano cioè l'imprescindibilità di perseguire il principio di responsabilità nella costruzione della relazione tra la nostra specie e la natura al fine di migliorare entrambi gli ambiti: quello umano e quello naturale.

Per fortuna si sta diffondendo sempre più la consapevolezza di come natura e società umane siano sistemi oltremodo dinamici, enfatizzati da complesse relazioni, continui mutamenti e incertezze che spesso non possono essere previste. L'Antropocene è costituito da sistemi cosiddetti aperti perché in grado di scambiare con l'esterno sia materia che energia. Natura e società sono inoltre sistemi auto-organizzanti, vuol dire che si "muovono" attraverso meccanismi che privilegiano le migliaia di interazioni che avvengono tra i tanti aspetti che compongono il sistema stesso. Per questa ragione sistemi iper-complessi come quello naturale e quelli umani non possono essere gestiti con modalità stabili e sempre uguali. La sfida futura è esattamente questa: costruire conoscenza, allenare le capacità di adattamento e realizzare istituzioni sociali, politiche - locali, regionali e globali - in grado di equilibrare (adattare) il benessere umano con la salvaguardia degli ecosistemi utilizzando concetti come flessibilità, cambiamento e apprendimento, valori che sono la fonte del paradigma ambientalista della resilienza. Il concetto ecologico di resilienza nasce negli anni ottanta per definire la capacità dei sistemi naturali di assorbire gli shock mantenendo le proprie funzioni, ciò è possibile perché quando i mutamenti hanno luogo la resilienza fornisce nuovi strumenti, strutture, con i quali il sistema stesso è in grado di riorganizzarsi. Pertanto per resilienza si intende la capacità di un sistema di tollerare un disturbo, una perturbazione, senza trasformarsi in un sistema qualitativamente e quantitativamente differente. Ciò vale tanto per gli habitat naturali quanto per le società umane e per i singoli individui. In pratica la resilienza permette ad un sistema di riorganizzarsi esattamente nel momento in cui ha luogo il cambiamento, in modo tale da mantenere ancora sostanzialmente le stesse funzioni, la stessa struttura e, fattore decisivo per noi esseri umani, la medesima identità. Ciò si traduce in un'evoluzione non lineare che si esprime invece su molteplici livelli. In tal senso possiamo dire che attuare politiche di sostenibilità vuol dire fondamentalmente elaborare modelli e realizzare pratiche per gestire l'incertezza, adattarsi alle condizioni mutevoli e coltivare le virtù resilienti, sia dei sistemi naturali sia dei nostri sistemi sociali. Poiché l'umanità modifica i processi della biosfera, abbiamo una grande necessità di apprendere come impattare in modo resiliente sui sistemi naturali e di essere in grado di adattarci alle future situazioni. I numerosi studi e le pubblicazioni di questi anni sul tema della resilienza indicano chiaramente che più un sistema ha la capacità di riconfigurarsi (ossia più è resiliente), più può offrire in termini di opportunità per migliorare la qualità della vita delle forme viventi comprese al suo interno. In pratica un ecosistema cristallizzato da migliaia di anni, un habitat chiuso, poco dinamico, ha minori possibilità di sopravvivere ad un possibile shock perché non è stato sollecitato alla resilienza. Secondo i più recenti studi, ad esempio, l'estinzione di massa dei dinosauri, avvenuta probabilmente a seguito dell'impatto di un grande meteorite che ha stravolto le condizioni della biosfera, sarebbe stata possibile nei termini assoluti che conosciamo perché quelle specie viventi per milioni di anni non si erano evolute, adattate, non avevano in pratica sviluppato capacità resilienti. In generale tale capacità di adattamento è legata alla diversità, alle interazioni, alla ricchezza biologica e culturale. Ecco perché noi esseri umani siamo massimamente resilienti. Focalizzando lo sguardo sui nostri sistemi sociali la presenza di molteplici e complesse istituzioni, di reti di conoscenza, di tradizioni e di raffinate identità culturali creano i presupposti e facilitano pratiche resilienti. Con la resilienza miglioriamo la capacità di adattamento, impariamo a convivere con il cambiamento e l'incertezza; alimentiamo la conoscenza e, soprattutto, creiamo le opportunità di auto-organizzazione verso la sostenibilità socio-ambientale perché orientiamo, secondo le nostre esigenze, l'inevitabilità dei cambiamenti.

2.Sostenibilità dello sviluppo. Mito, realtà o necessità?     

Sul concetto di sviluppo sostenibile e sulla sua definizione moltissimo si è scritto, tanto si discute e troppi sono quelli che si presentano alle opinioni pubbliche come detentori della verità. In tante occasioni si è abusato di questa formula, che è diventata quasi una formula magica: basta nominarla e come d'incanto la questione ambientale si risolve! Ma abbiamo ormai imparato a riconoscere i falsi profeti dell'ambiente, mentre una mentalità ragionevole ci dice che la verità non sta mai tutta intera da una parte sola. Con spirito critico capiamo che la sostenibilità è senza dubbio un bel rompi capo, oltre che la fida per eccellenza per le future generazioni. E sin qui siamo tutti d'accordo ma, senza esitazioni, bisogna avere anche il coraggio di dire che lo sviluppo sostenibile non è fatto di semplificazioni, di sottrazioni, di negazioni perché su questo amplissimo tema non esistono soluzioni semplici, immediate, né azzeramento dei rischi, né risultati validi in eterno.

I nostri modelli di sviluppo sono stati messi sotto accusa negli ultimi anni perché ritenuti l'origine dei guasti apportati dall'uomo alla sfera naturale. Ma le cose vanno osservate da tutti i punti di vista, soprattutto quando si parla di ambiente. Vediamo ad esempio che lo sviluppo, oggi sotto accusa, ci ha permesso nel breve volgere di qualche decennio di diffondere benessere e qualità della vita migliorando le condizioni quotidiane di miliardi di esseri umani. Cibo, medicine, trasporti, scolarizzazione, tecnologie, tutto questo è stato, è e sarà sviluppo. Ma tutto questo, è innegabile, ha avuto un costo sugli habitat naturali. Ci si chiede quanto grande questo costo, quanto sopportabile, appunto quanto sostenibile. Io credo che per parlare e programmare lo sviluppo del futuro sostenibile un buon punto di partenza sia riconoscere, con buona pace dei sostenitori della crescita zero, della decrescita e di altre concezioni alquanto strampalate, che la nostra idea di sviluppo sia inevitabilmente connessa a quella di progresso umano quale ambito privilegiato della nostra più autentica essenza. Nel nostro viaggio ci viene in soccorso il grande pensatore GiamBattista Vico. Grazie alla sua "Scienza Nova", sappiamo che lo sviluppo e la sua sostenibilità attraversano lo spazio umano per eccellenza, ovvero la Storia. Per Vico la natura non è "fatto naturale" ma un farsi storico a cui l'essere umano partecipa in prima persona con le sue doti e le sue migliori virtù. La natura non rimane per noi una necessità deterministica ma l'ambito dell'antropologia, ossia di tutto ciò che ci riguarda e a cui partecipiamo con creatività, curiosità, intelligenza e identità. Basterebbe già questo per risollevarci da paure, dubbi, recriminazioni a proposito del nostro bisogno di svilupparci e auto-migliorarci. Ma per rafforzare il mio ragionamento dico che il filosofo napoletano aveva trovato nella Storia la ragione dell'infinito processo che si fa mondo. Il senso di una matrice comune che ci appartiene in quanto uomini e donne nel nostro contribuire al diversificarsi infinito del mondo umano. I principi che regolano la direzione della storia sono il diritto alla vita, alla libertà, alla proprietà privata, in una parola, al progresso. Vi è dunque una centralità irrinunciabile dell'essere umano e dei suoi diritti a cui ci richiama Vico nel processo storico. Una visione che genera solidarietà, responsabilità e consapevolezza che lo sviluppo e il progresso siano i più autentici fatti culturali e storici della nostra specie. Una lezione quella di Vico che tutti coloro che parlano di sviluppo sostenibile dovrebbero tenere bene a mente.

Per provare a delineare i contorni della sostenibilità bisogna per prima cosa sottolineare che gli attuali modelli dei sistemi produttivi non potranno essere di certo quelli delle società future. L'energia, i trasporti, l'agricoltura, le tecnologie cambieranno trasformando la vita di miliardi di persone, magari in modo ancora più rapido di quanto accade oggi. Ciò che finora conosciamo e definiamo sviluppo sarà inevitabilmente differente in futuro. Prima di tutto in futuro dovremo essere capaci di pensare e realizzare società che non solo siano sviluppate in termini quantitativi, più produzione, più prodotti, più accumulo, così come il modello derivante dalle rivoluzioni industriali ha fatto, ma orientare il progresso nettamente verso la qualità del vivere meglio. Sostenibilità vuol dire dunque crescere nei valori qualitativi prima che in quelli quantitativi, ma significa anche costante verifica dei paradigmi di crescita che attuiamo poiché la sostenibilità non è e non può essere una certezza a priori, né qualcosa di dato una volta per sempre. La sostenibilità si riferisce ad una potenzialità che esercita i suoi effetti nel futuro, ad una durabilità sostenibile ed è per questo motivo che essa necessita di obbligatori riscontri in corso d'opera. La crescita economica, l'utilizzo delle risorse naturali, la redistribuzione delle ricchezze, l'attenzione verso gli habitat naturali dovrà andare di pari passo con il diritto degli individui e delle popolazioni di sviluppare qualitativamente i propri ambiti come ambiti culturali, per un nuovo umanesimo in armonia con la natura. L'idea di un rinnovato sviluppo prevede la ricerca di soluzioni alternative, di una cultura del progresso a 360 gradi, del rispetto degli ecosistemi e delle identità di tutti. Per riuscirci serve una notevole interdisciplinarietà, ossia una sincera apertura a tutta la gamma di conoscenze e tradizioni umane, nella consapevolezza che la straordinaria ricchezza delle culture presenti dovunque sulla Terra sia un bene imprescindibile da preservare e da cui poter attingere idee e capacità d'azione. Non dimentichiamoci che le culture, le tradizioni locali sono le prime e inesauribili fonti ambientali, fonti sempre assolutamente rinnovabili! Serve inoltre un collegamento continuo alla ricerca scientifica, per individuare percorsi di sviluppo concretamente percorribili; ci occorre un approccio di sistema in cui sia possibile capire come la vita sul nostro pianeta sia un tutto inevitabilmente interconnesso di naturale e culturale. In tal senso mi sembra interessante portare all'attenzione delle opinioni pubbliche il criterio co-evolutivo che mira a tener conto della reciproca evoluzione, del funzionamento congiunto, dell'interconnessione tra natura e cultura umana. Questo punto di vista sottolinea come valori umani quali tecnologia, conoscenza, istituzioni sociali, tradizioni, identità e valori naturali si influenzino reciprocamente. Essi rappresentano ambiti stimolati da reciproci adattamenti e pressioni che influenzano e dirigono lo sviluppo co-evoluto. Abbiamo bisogno perciò di programmi che siano in grado di armonizzare la sostenibilità con le molteplici e differenti esigenze delle società umane che rappresentano civiltà eterogenee e poste su livelli diversi di progresso. Non dimentichiamo infatti che la pluralità delle società umane ha sensibilità disuguali sul medesimo problema della crescita e del rispetto dell'ambiente, per la ragione che ciascuna società vive ecosistemi differenti.

Dalla prima conferenza di Stoccolma del 1972 passando per il Rapporto Brundtland del 1987 fino alla conferenza di Rio del 1992 e al Summit globale sullo sviluppo sostenibile di Johannesburg del 2002, si è discusso se esistano e quali siano i limiti del nostro sviluppo. A lungo è prevalsa la definizione che vuole lo sviluppo sostenibile come il non andare oltre i limiti imposti dai sistemi naturali, e se questo è vero ad esempio per le fonti fossili di energia, che infatti già stiamo progressivamente abbandonando, ancora non siamo in grado di conoscere tutti i limiti "imposti" dalla natura che come abbiamo visto sfrutta dinamiche resilienti per adattarsi ai cambiamenti interni o a quelli indotti dall'esterno. Oggi possiamo definire con maggiore precisione la sostenibilità perché oltre alla consapevolezza raggiunta nel rispetto di tutte le forme viventi, nel rispetto della ricchezza biologica del pianeta, nella scelta di modificare atteggiamenti, comportamenti e modelli di crescita, siamo non secondariamente in grado di preservare, in ottica ambientale, la cultura. Vuol dire che abbiamo capito che essa è un meccanismo di adattamento all'ambiente straordinariamente efficiente e resiliente. In quanto non segue i tempi dell'evoluzione biologica la cultura può diffondere sensibilità e modelli sostenibili con grande rapidità. Essa è il nostro modo assolutamente originale e prezioso di capire e adattarsi alle dinamiche biologiche per individuare, a seconda dei casi, ciò che è giusto fare o ciò che non lo è. Non v'è dubbio che il futuro - sostenibile - delle nostre relazioni con gli ambiti naturali dipenderà dalla capacità di utilizzare la sensibilità culturale per scegliere di perfezionare ed equilibrare sviluppo e natura. In questa prospettiva la sostenibilità del nostro sviluppo riguarderà la ricerca e la valorizzazione dell'identità. Mi viene in mente Pier Paolo Pasolini. Pasolini ha dedicato molto della sua ricerca intellettuale al problema delle radici, dell'identità, delle tradizioni immateriali, offrendo spunti illuminanti che si congiungono alla riflessione che fece a proposito della distinzione tra sviluppo e progresso. La difesa dei dialetti, delle tradizioni da opporre alla crescente massificazione culturale e sociale portata da uno sviluppo che nei decenni passati non si poneva il problema se essere o no sostenibile, condusse lo scrittore a rigettare quell'idea di sviluppo, visto che in essa egli vedeva soltanto lo sviluppo di quei dati puramente materiali e materialistici, quantitativi, dell'esistenza. Nell'autentico senso del progresso Pasolini scorgeva invece il reale progredire di tutti gli elementi che vanno a comporre una società. Partendo dal territorio - bellissime le sue Poesie a Casarsa, frutto di quella meditazione - è possibile sentirsi parte di un ambitus che non rinnega le radici e che necessariamente va ad esaltare l'identità e la biodiversità, nella totale consapevolezza della propria cittadinanza. Oggi, forse, Pasolini ci parlerebbe di progresso sostenibile. E forse discuterebbe di quella prudente capacità, che soltanto le popolazioni che abitano un determinato eco-habitat hanno nel conoscere e difendere il loro specifico ambito. La sostenibilità dunque deve farsi principio culturale che sorge e trae forza dall'identità dei luoghi, dei paesaggi, dei territori, e rappresentare la sintesi migliore dell'incontro fra fatti umani e ed eventi naturali.

 

3.La responsabilità della sostenibilità

 

Forti del nostro punto di vista dico che Ambiente è qualità della vita e uno sviluppo che sia sostenibile non può che andare a migliorare questa qualità. Ma soprattutto Ambiente è un valore in sé come lo sono, oramai universalmente riconosciuti, la libertà, la democrazia, la solidarietà, il diritto. Tutti questi valori vanno a comporre la complessità e l'universalità del Valore Ambiente. Un valore che rapidamente, rispetto a quelli citati, è entrato anche negli statuti giuridici delle nazioni, proprio perché sospinto dalla consapevolezza della rilevanza delle questioni in gioco. Le Costituzioni, il Trattato Europeo, la carta dell'Onu e in generale gli intenti legislativi dei governi sanciscono questo valore e i diritti e i doveri ad esso correlati. Una simile consapevolezza è stata raggiunta mantenendo equilibrate due esigenze: quella antropocentrica che si basa sul fatto che il nostro agire sia motivato da intrinseche esigenze di migliorare la qualità della vita della specie umana e quella biocentrica che mira a tutelare gli ecosistemi a prescindere dalle nostre esigenze: lo scopo, non facile, e per questo molto stimolante, è prendersi cura dell'insieme. Tale percorso di consapevolezza e formazione del diritto ambientale ha permesso il passaggio da un'idea basica di natura ad una più evoluta che chiamiamo appunto ambiente e che rappresenta l'interconnessione dinamica tra ambiti naturali e ambiti umani. Noi siamo circondati dalla natura con la sua meravigliosa varietà e siamo ugualmente circondati, immersi, nei sistemi sociali. Dalle città in cui viviamo alle reti telematiche che percorriamo virtualmente, dai fatti culturali a quelli antropologici, dalle lingue alle tradizioni, dai saperi popolari ai beni immateriali, dalle dinamiche politiche a quelle sociali, economiche e così via, il perimetro di tali ambiti è continuamente in movimento. In fieri. In questo senso è giusto parlare di paesaggi culturali. Da qualche anno l'Unesco ha stilato un programma per la tutela di simili paesaggi che sono il risultato di tutte le componenti biologiche e culturali che determinano un territorio e che devono essere protetti e valorizzati con modalità dinamiche, aperte più che restrittive, proprio per stare al passo dei rapidi cambiamenti che in essi si verificano. Una complessità che richiede una matura capacità critica e una riflessione che consideri il rapporto tra l'uomo e l'ambiente come una relazione etica, in grado di far scoccare quella scintilla che ci interroga a proposito del sentirsi responsabili dell'equilibrio biologico. Tale relazione etica e tale attenzione non può che nascere da quella responsabilità di cui mi parlò Gadamer. Responsabilità che ognuno deve trovare in sé e che si realizza con la solidarietà nei confronti dell'altro, con il riconoscimento dei diritti delle collettività e delle generazioni future. Con il prendersi cura dei luoghi che abitiamo. Per questo applicare la sostenibilità vuol dire prima di tutto coltivare un atteggiamento morale verso sé stessi e nei confronti delle future generazioni

Questo il primo passo, obbligatorio. Poi ne servono altri, si tratta di passaggi istituzionali, politici, economici per rendere solide le fondamenta della sostenibilità. Oggi probabilmente la difficoltà maggiore nell'intraprendere un serio, proficuo e duraturo percorso di sviluppo sostenibile sta nell'armonizzare gli ambiti locali e quelli globali delle politiche di sostenibilità. Senza la conoscenza, il rispetto e la valorizzazione di ciò che ogni giorno è davanti gli occhi dei cittadini, ossia di ciò che compone la loro vita concreta, non è possibile parlare di sostenibilità, così come senza uno sguardo ampio e in grado di comprendere le complessità del mondo, dei suoi interminabili flussi dinamici e delle sue innumerabili interconnessioni, ogni sforzo si tradurrà in inutile localismo. Per questo molti analisti in fatto di sostenibilità parlano di glocalismo come della necessità di trovare e attuare azioni concrete per mettere in relazione creativa e proficua ambiti locali e ambiti globali.

 

4.Si parte da Rio de Janeiro e si arriva in Canada

 

Proprio per intraprendere un dialogo costruttivo fra realtà locali e ambiti globali nel 2012 le nazioni della Terra riunite a Rio de Janeiro hanno stilato il Primo documento unitario e globale sullo sviluppo sostenibile. Il documento è conosciuto come Rio+20, per celebrare l'occasione del ventennale dal Vertice della Terra di Rio de Janeiro - UNCED - svolto nel 1992. Obiettivo della Conferenza è stato quello di rinnovare l'impegno politico per lo sviluppo sostenibile, verificare lo stato di attuazione degli impegni internazionali assunti negli ultimi due decenni e cercare di convogliare gli sforzi dei governi e dell'intera società civile verso obiettivi comuni. Dopo due anni di intensi e difficili negoziati, la Conferenza Rio+20 si è conclusa con un documento programmatico a cui è stato il nome di "The Future We Want" che avvia numerosi processi internazionali e nazionali su temi considerati cruciali per il futuro del Pianeta. Tra essi figura, in primo luogo, il processo di definizione dei nuovi Obiettivi globali per lo Sviluppo Sostenibile e la creazione di un Foro Politico di Alto livello sullo Sviluppo Sostenibile. La Conferenza si è concentrata su due temi principali: il primo, generale, riguarda la transizione delle economie mondiali da economie di stampo novecentesco, basate sullo sfruttamento delle risorse e dei combustibili fossili a economie cosiddette "verdi" adattate ai contesti locali, che utilizzano fonti rinnovabili e non dissipano le risorse naturali. Far cioè prevalere un paradigma economico-culturale che contrasti povertà, perdita di biodiversità, impoverimento delle risorse naturali promuovendo allo stesso tempo benessere sociale ed economico. Il secondo, a mio avviso ancora più determinante, ha riguardato la discussione attorno all'affermazione di una governance concretamente efficace per raggiungere la sostenibilità. Si è tentato così di dare avvio a forme di istituzioni politico-amministrative capaci di mettere in connessione ambito sociale, ambientale ed economico. Ad essi, è mia convinzione, bisogna aggiungere non come "ultimo aggregato", quello decisivo: l'ambito del Territorio. Per la personale sensibilità giuridica e per la mia esperienza di impegno, ritengo questo punto determinante, poiché lo sviluppo sostenibile non è che la traduzione generale dello sviluppo culturale e identitario che incide quotidianamente sulle vite di tutti noi. Oggi questa peculiare forma di evoluzione identitaria che parte dai territori ha raggiunto una rilevanza notevolissima nel reciproco relazionarsi di periferie e centri, di cui si compone in modo anche disordinato il nostro mondo. Mi sembra opportuno raccontare un episodio che può spiegare il mio pensiero e soprattutto perché ciò che vale negli ambiti locali non possa essere deciso da centri di governo o poteri distanti migliaia di chilometri. Non è possibile calare dall'alto decisioni in materia di qualità della vita.

Qualche anno fa ero presente come delegato al convegno mondiale organizzato dallo IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura) che si teneva a Montreal, in Canada. Delegazioni da tutto il mondo discutevano di come difendere flora e fauna minacciate dalle attività dell'uomo. In particolare, visto la vicinanza con il Circolo polare Artico, sotto la lente di ingrandimento venne a trovarsi la salvaguardia delle foche. Anche GreenPeace si era già occupata con i suoi "raid" di porre all'attenzione mondiale la salvezza della specie nei territori del nord America. Effettivamente il problema era grave. Al convegno furono invitati anche alcune tribù di Inuit, chi meglio di loro poteva parlarne? Ma visto che l'assemblea stava radicalizzando il problema, votando di bandire totalmente la caccia a quella specie, gli Inuit presero la parola e dissero che certamente le foche andavano protette ma non si poteva decidere di vietarne completamente la caccia, perché il loro popolo da sempre si cibava di quegli animali. Se ne serviva per la propria sopravvivenza. In fondo la foca era la loro stessa vita. Questo episodio dovrebbe far riflettere sul fatto che sostenibilità deve essere anche tutela dell'identità culturale di una popolazione. In quel caso, dell'identità degli Inuit che tra le sue tradizioni ha quello di cibarsi della foca e di usarne le pelli per svariati usi. Gli Inuit possono cibarsi di altro, non c'è dubbio, ad esempio del pesce che abbonda fortunatamente a quelle latitudini, ma il loro ambiente, il loro ambitus, prevede certamente la caccia alla foca. Perché decidere in un palazzo di Montreal ciò che è giusto o sbagliato sul pack dei mari del nord? Se si decide privilegiando principi astratti che teoricamente sono condivisibili, come la difesa della specie delle foche, senza che essi siano correlati ai differenti ambiti umani, si perde di vista la pratica di una giustizia ambientale. Le politiche ambientaliste per essere efficaci devono avere il marchio della ragionevolezza. Devono calibrare fatti, esigenze ed obiettivi. Gli Inuit hanno insegnato al cospetto di quella assemblea internazionale che quando all'origine della convivenza tra fatti naturali e fatti umani è posto il sentimento del rispetto e dell'equilibrio, nessuna forma vivente è realmente in pericolo. La loro caccia nei secoli non ha mai realmente messo a rischio estinzione le foche. Nelle loro parole ho sentito scorrere il fluido vitale che attraversa tutte le forme biologiche che nascono, si riproducono, che appaiono e scompaiono sulla nostra Terra. Se gli Inuit sono al culmine di una catena alimentare che prevede le foche come cibo, con quali diritti e quali verità infallibili possiamo decidere che questo non va più bene? Per millenni lo hanno fatto e non per questo le foche si sono estinte.

 

5.E si ritorna a Rio

 

Rio+20 ha sancito che economia, decisioni politiche e ambiente non solo sono interconnessi ma facce di quella medesima medaglia che chiamiamo sviluppo sostenibile. A questi ambiti il nuovo ambientalismo, quello che propone il movimento Fareambiente, aggiunge il collante necessario: il fattore culturale. Così lo sviluppo sostenibile diviene fatto preminentemente culturale. Io credo per questo che vi sia una falsa dicotomia tra ambiente e sviluppo e che d'altro canto bisogna promuovere un approccio al tema che sia integrato, che valuti ambiente e sviluppo non da un punto di vista manicheo - o l'uno o l'altro - ma che sia in grado di dare vita a modelli relazionati che sappiano decidere per risolvere le questioni più difficili. L'obiettivo finale è includere qualità nello sviluppo.

 Con Rio e con i traguardi promossi dalle Nazioni Unite, ritengo si siano individuati i nodi cruciali a livello globale. Vediamoli. Riduzione e sradicamento della povertà; nel Ventunesimo secolo non deve essere più permesso che milioni di persone non abbiamo di che mangiare quotidianamente. Migliorare le condizioni di lavoro dei lavoratori, dovunque. Abbiamo conoscenze, tradizioni e tecnologie per ottenere questo risultato che dovrà essere un dovere morale. Promuovere l'uguaglianza universale per l'accesso alle risorse e promuovere l'uguaglianza di genere. Migliorare la qualità della salute, soprattutto di quella dei bambini, combattendo contro malattie quali Aids, tubercolosi, malattie gastrointestinali, malattie infantili che ancora purtroppo strappano via milioni di vite ogni anno. Assicurare la sostenibilità ambientale garantendo la biodiversità, monitorando le risorse naturali con la valorizzazione dei territori e dei paesaggi culturali. A questi obiettivi il movimento Fareambiente aggiunge scelte indispensabili, quali la promozione di una partnership globale per il progresso umano che si occupi dei bisogni specifici dei territori, della straordinaria varietà paesaggistica e culturale presente sulla Terra, ponendoli in collegamento con le dinamiche globali. La Promozione dell'educazione e della formazione scolastica, partendo proprio dall'educare i cittadini di domani alle tematiche ambientali. Sostenere senza se e senza ma la scienza e la ricerca inserendo tali ambiti nei processi decisionali. Non si può lasciare tutto in mano ai mercati, all'economia e anche ai politici. Per quanto mi riguarda senza cooperazione pubblico-privato, senza dialogo fra i vari gradi dei livelli decisionali, senza istruzione e senza scienza sarà impossibile fare del nostro sviluppo uno sviluppo sostenibile. Il futuro che vogliamo si costruisce a partire da questi principi.

 

6.Applicare la sostenibilità. Prossimità e governance locale

 

 Una volta individuate le fondamenta, come sarà possibile edificare l'edificio della sostenibilità? Come riuscire a realizzare benessere, qualità della vita, progresso senza intaccare le risorse e la biodiversità naturale, senza generare conflitti e crisi internazionali? A mio avviso, lo affermo dal primo giorno che ho deciso di occuparmi di ambiente, esiste un punto di partenza, una visione immediata e ragionevole a cui ispirare l'azione economica e politica di una governance globale in tema di ambiente. Partire dai territori. Il locale per arrivare al globale. Guardare vicino e guardarci da vicino valorizzando le molteplici componenti della biodiversità umana e culturale del nostro mondo. Su questi valori, differenti ma comuni all'intero genere umano, sarà possibile costruire una scienza e una pratica della sostenibilità. Se le dinamiche globali hanno infatti diffuso l'omologazione, tale che le nostre vite sembrano oggi tendenzialmente simili ad ogni latitudine, ugualmente le soluzioni ai problemi dello sviluppo, dell'ambiente, dell'economia vanno ricercati a partire dall'ambito locale, un ambito che è identità e realizzazione immediata della sfera culturale dell'essere umano.

Tra i risvolti negativi della globalizzazione vi è la disgregazione del valore essenziale della comunità, intesa come coinvolgimento diretto che i contraenti del patto sociale devono dimostrare di possedere gli uni verso gli altri affinché l'impalcatura sociale stia in piedi. Questo processo di disgregazione si può fermare grazie alla valorizzazione di un'identità comune che nasce dal riconoscersi abitanti di un luogo, di un paesaggio, di un territorio comune, dal difendere i diritti e ottemperare ai doveri verso ciò che ci è prossimo, sia esso natura, paesaggi, tradizioni e relazioni sociali. In questo senso la coscienza di prossimità ambientale può rappresentare l'arma più efficace di difesa contro quel disimpegno civile che accerchia le società contemporanee e contro cui poco sembrano riuscire a fare i valori democratici "tradizionali". Coinvolgimento contro disimpegno, interessamento contro diffidenza, senso di appartenenza contro estraniazione, in una parola responsabilità per intraprendere il percorso della sostenibilità. Da dove cominciare se non da ciò che ci è più vicino, prossimo?

Tra i temi di cui mi sono occupato nel corso dei miei studi vi è quello della democrazia della prossimità, della sussidiarietà come fattore di sviluppo locale nell'era della globalizzazione. Senza entrare nello specifico credo che per una rinnovata visione ambientalista serva un approccio culturale di prossimità. Cosa significa? Vuol dire abituare i cittadini e abituarsi come cittadini, già dagli anni della formazione scolastica, ad occuparsi attivamente e criticamente di tutti quei luoghi di prossimità che compongono le nostre vite: dalla famiglia al vicinato, dalle associazioni di quartiere a quelle urbane, dai comitati dei cittadini alle associazioni di volontariato e cooperazione fino alle amministrazioni locali; prendersi cura di tutti quegli spazi e quei soggetti in grado di forgiare identità sociale e culturale. Partecipare cioè per contribuire a disegnare quel paesaggio culturale nel quale ciascuno, a partire dal personale vissuto, deve sentirsi incluso e non escluso, cittadino attivo e non suddito estraneo alle dinamiche che indirizzano la sua stessa esistenza. Questa è senza dubbio una pratica iniziale di sostenibilità ambientale.

Lo smarrimento dei valori politici, l'affievolimento del diritto come ordinato e razionale compromesso tra esigenze talvolta apparentemente inconciliabili, la diffidenza verso la democrazia nelle sue forme istituzionali, la mancanza di fiducia in pratiche comunitarie, sono l'altra faccia dell'incapacità di realizzare concrete ed utili politiche di sostenibilità. Esse non vanno calate dall'alto ma pensate e gestite in collaborazioni tra istituzioni territoriali e cittadini. Le pratiche di prossimità ci informano a proposito dell'importanza strategica della governance locale. Città, province, dipartimenti, regioni, aree metropolitane e aree rurali potranno governare sé stesse e il proprio sviluppo sociale, culturale, economico in modi da preservare le risorse naturali e culturali locali e al contempo permettere lo sviluppo generale? La risposta a mio avviso è affermativa. E' evidente a tutti colori i quali con spirito positivo si occupano di ambiente e sostenibilità che i governi locali sono e saranno sempre più la componente chiave per imboccare il percorso della sostenibilità globale. Tali istituzioni sono un ottimo baluardo contro l'invadenza delle dinamiche economico-finanziarie globali che sottraggono alla persona nel suo stesso contesto esistenziale i tradizionali valori e i punti di riferimento. L'omologazione della globalizzazione trova un argine nella ricerca e nella valorizzazione delle identità culturali locali.

Si assiste a tutte le latitudini all'accrescersi dell'importanza e delle funzioni svolte dalle amministrazioni locali, si tratta di modelli di democrazia partecipativa che vanno incoraggiati perché maggiormente in grado di dare voce ai territori. Le istituzioni locali possono agire localmente e pensare globalmente, questo perché molti governi locali operano per fortuna in modo libero rispetto agli abituali schemi della politica dei governi centrali o dell'economia, stimolando schemi di partecipazione basati sulla cooperazione fra le varie anime dei territori contrastando indifferenza e deresponsabilizzazione. Occorre favorire tale visione nella convinzione che la sostenibilità parte dai territori; sono già molti gli esempi che indicano come la governance locale sia spesso più interessata e pronta ad accogliere le novità legislative in materia di ambiente. I governi locali all'avanguardia, molti sono quelli nella nostra Penisola, attenti al futuro dei propri territori e al benessere dei cittadini, hanno dimostrato come le azioni concrete a favore della sostenibilità - ciclo dei rifiuti, valorizzazione dei prodotti locali, salvaguardia degli ecosistemi, riscoperta delle tradizioni e della storia locale - abbiano ripercussioni positive a livello globale. Sempre più in futuro sostenibilità vorrà dire creare una rete globale di governi locali che siano in grado di coinvolgere direttamente i cittadini sensibilizzandoli verso i temi dello sviluppo sostenibile. Le Nazioni Unite, come massimo organo di governace globale, deve assumere il compito di favorire tali processi.

Iniziative come l'Agenda 21 sono essenziali per favorire modelli di azione politica che coinvolgano i singoli cittadini e le associazioni di territorio a cooperare volontariamente con le amministrazioni locali per la sostenibilità dei propri territori. I successi di simili modelli a livello locale sono dovuti alla vicinanza dei cittadini alle istituzioni, una prossimità che permette a chi governa di conoscere meglio le condizioni dei cittadini e, a questi, di interagire più facilmente con chi decide. Pensiamo a quanto sia più semplice cooperare per la sostenibilità, ad esempio quella energetica e del ciclo dei rifiuti, fra i cittadini e le istituzioni di riferimento. Entrambi i soggetti possono verificare direttamente i risultati delle iniziative e delle politiche intraprese in questi ambiti, cambiando e migliorando là dove necessario in tempi rapidi. Le nazioni più sensibili a queste tematiche hanno il dovere di migliorare le governance locali con legislazioni ad hoc, con strumenti e tecnologie fornite in regime di facilitazioni e senza lacci burocratici. Se saremo in grado di dare vita a molte azioni locali cumulative in materia di sostenibilità esse potranno consolidare miglioramenti tangibili su scala globale. Ciò che conta è preservare gli spazi di partecipazione prossima, collaborativa e sussidiaria tra i componenti di una comunità e le istituzioni locali. Incoraggiare gli spazi di ascolto reciproco. In questo modo sarà possibile, a mio avviso, anche contrastare la disaffezione dei cittadini verso la politica, verso i governi nazionali o le istituzioni sovranazionali, stemperare la dicotomia locale-globale e restituire concretamente sovranità agli individui e alle comunità locali. Soprattutto, operando da questi presupposti, il cittadino potrà constatare di persona quanto e come la sua partecipazione, il suo intervento, la sua collaborazione diretta, dall'ambiente alla sanità, dai trasporti ai servizi di pubblica utilità fino alla gestione delle politiche di bilancio, modificano concretamente in meglio la qualità della sua vita e di quanti vivono vicino a lui. Attore in prima persona della sostenibilità, ciascun cittadino potrà sperimentare sul campo il viaggio della sostenibilità come l'insieme armonico e inscindibile di cultura e natura, prendendosi cura responsabile della propria prossimità territoriale.

 

7.Conclusioni

 

Sostenibilità, progresso e tutela delle identità culturali e degli habitat naturali sono modelli operativi di sviluppo da ricercare nel medesimo tempo. Non sono inconciliabili e l'umanità ha gli strumenti, le conoscenze e le capacità per armonizzarli. La nostra sensibilità di uomini e donne del terzo millennio, circa il futuro che si prospetta, non può che trarre giovamento e ispirazione da un approccio come quello sopra evidenziato. Occorre essere consapevoli che l'ambiente è cultura, è memoria ed è un valore pari alla libertà e alla democrazia; un ambiente nel quale si attua un modello di sviluppo sostenibile contribuisce a realizzare un ambito di pace che tiene in giusto conto quell'identità che può dare memoria al futuro. Un futuro e uno sviluppo senza la capacità di dare memoria all'identità delle persone è l'omologazione da cui Pier Paolo Pasolini ci ha messo in guardia, quell'omologazione che purtroppo le nostre società sperimentano ormai quotidianamente. La vita va avanti e tutto trasforma. La vita è cambiamento che mette alla prova le nostre capacità resilienti di adattarci. Non dobbiamo avere paura di fare, di cambiare per migliorare, di assumerci la responsabilità di agire perché, come la saggezza popolare dice, solo chi non fa non sbaglia mai. 

 

 

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[1] Conferenza tenuta a Roma il 19 dicembre 2017 presso la Camera dei Deputati

[2] Docente di Diritto Costituzionale comparato presso l'Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli