Attualitą


Lucio Avagliano

La riforma universitaria

 

 

La storia di una università giovane come quella di Salerno si inserisce nelle vicende nazionali nel suo sviluppo, nel bene e nel male, nelle sue particolarità prima di tutte nell’essere una università del Mezzogiorno, con una mission specifica che ne legittimava l’esistenza accanto ad un ateneo secolare quale quello napoletano.

Quale mission? Quella di dotare la regione non di una università povera o solo umanistica, bensì, dotata di strutture scientifiche e per quelle fornite da segno preciso, la formazione di una classe dirigente nuova e moderna in grado di contribuire con tale struttura ad una cultura non astratta né accademica, ma tale da rendere partecipi i giovani di un rinnovamento profondo, politico e sociale, il Mezzogiorno stesso.

Cosa non ha funzionato malgrado tante energie profuse e l’impegno di tanti? Difficile rispondere senza ripercorrere la storia degli ultimi decenni, ma qualche punto fermo si può cercare di mettere: intanto l’innovazione della organizzazione universitaria non fu preceduta da quella europea e americana in primis. Quanto alla prima si preferì distruggere sotto la spinta di una polemica il “buono” per un cambiamento demagogico abbattendo quanto di positivo esisteva, come ad esempio la fissazione di poche date di esami non ripetibili a scadenza fissa, allo scopo di rispondere alle richieste di un forte movimento studentesco. Un’altra operazione demagogica fu l’abolizione dell’assistentato e la creazione dei posti di ricercatore. Si distruggevano due pilastri dell’università europea, non sostituendoli con nessun altro sistema, né tanto meno con una Graduate School con strutture innovative, con il risultato che oggi solo il 23% dei laureati in Europa sono italiani.